10 modi per perdere le elezioni nelle “zone rosse”

Visto che in queste ore analisti politici, il popolo dell’analisi della sconfitta, democratici, si stanno sbizzarrendo con improbabili e più o meno valide analisi sul voto di domenica (dove, naturalmente, il centrosinistra ha stravinto conquistando ben 167 comuni, ma dove ha comunque perso in città come Perugia, Padova, Livorno, Riccione, Urbino, che non ci si aspettava di perdere), pure io voglio analizzare il voto partendo dalla domanda cruciale: come si fa a perdere nelle zone rosse?

1) Credere di avere già vinto in partenza. Insomma, pensare, come la sinistra di queste zone ha pensato per decenni, che “da noi ci votano comunque”, e “ci voteranno sempre”, di generazione in generazione. Credere che la disciplina di partito valga ancora nel 2014, e soprattutto valga ancora dopo due elezioni (2013, 1014) dove più della metà degli italiani ha cambiato idea politica e le proprie convinzioni di una vita, votando altro.
2) Avere amministrato male. Questo naturalmente è uno dei punti più importanti: il voto di Perugia, Livorno, Padova, è stato un voto sulle amministrazioni, non un voto su “non siamo più di sinistra”, oppure “siamo diventati grillini o di destra”. Basta vedere che grossi sbalzi ci sono rispetto le europee. Dove sono finiti quei voti? E’ possibile che ci sia così tanta gente che si fida del partito nazionale e però non si fida (più?) di quello locale? La risposta è su come abbiamo amministrato.
3) Avere amministrato male, e cercare la riconferma. E’ successo in molte città. E’ successo in vari modi: o ricandidando il sindaco, o uno della giunta “fallimentare”, o il vicesindaco.
4) Credere che le primarie vadano sempre bene, e che ai cittadini interessino “purchè si facciano”. Non è sempre vero. Spesso portano a scontri inutili ed incredibili, spesso sono “primarie farsa” dove si utilizzano mezzi anche non leciti, pur di “far vincere quello che deve vincere”. Se si devono fare, tanto per farle, non facciamole.
5) Non riuscire a dare un’alternativa a se stessi. Allora, la continuità va benissimo quando abbiamo amministrato stupendamente una città. Ma la continuità deve avere comunque un pelo di “cambiamento”, o “nuove prospettive, per un nuovo futuro”. Se no non si tratta di “continuità”, ma di “conservazione”. Quindi servono idee nuove, e persone nuove. Per una città sempre più nuova.
6) Fare campagna principalmente contro l’avversario, pur partendo in vantaggio. E’ successo in varie città (penso Padova), dove col “Bitonci no”, abbiamo mostrato un partito impaurito, e soprattutto in piena rincorsa dell’avversario. Male, molto male.
7) Non coinvolgere la cittadinanza in 5 anni. Questo è un problema tipico: quello di adagiarsi sugli allori. Fosse per me il PD sarebbe nei mercati, in piazza, tutti i giorni dell’anno. Ed è così che dovrebbe essere.
In questa campagna elettorale mi son sentito dire, spesso e volentieri: “ah, ma voi venite in piazza solo un mese prima delle elezioni, per chiederci i voti”. E’ vero, purtroppo. Il concetto che in molte città abbiamo fatto passare, è questo. E la colpa un po’ di tutti.
8) Non coinvolgere tutto il partito. Anche questo è un punto importante: siamo un partito del 40%, con correnti e correntine. Spesso, logiche e scontri di partito, ha portato “alcuni della nostra area”, a presentare liste civiche avverse, o addirittura a votare candidati opposti. Pure grillini. Questo è un grosso errore delle dirigenze locali.
9) Credere che la gente voti per il partito, non per le persone. Come ho scritto nel punto uno, non è più così. La gente (almeno la maggior parte) vota le persone, e spesso (succede molto raramente) anche la destra o il M5S presenta persone valide. Che convincono più dei nostri.
10) Non candidare persone che danno un “di più” alla lista. Invece questo è molto importante. Persone che riescono ad intercettare il voto moderato, o quello “movimentista”, magari non verranno elette, ma ti portano molti voti di persone che non avrebbero mai votato per voi. Ed esistono queste persone, anche nelle zone rosse.

Adesso non sto dicendo che in tutte le città dove il PD ha perso si sono presentati questi fattori. Magari solo 2-3. Magari solo uno. Nessuno, non ci credo.
Detto questo, penso che al prossimo giro, se saremo bravi, riconquisteremo quelle città. Ma solo se saremo bravi, se non ripeteremo gli stessi errori, se manderemo a casa i responsabili (che spesso non sono neanche i candidati sindaci sconfitti, ma si annidano nelle segreterie), se cambieremo in meglio tutto. Poi, penso, che se la destra e il M5S locali, sono come quelli nazionali, ci divertiremo. La gente tornerà a votare per noi, dalla disperazione.
Ma, naturalmente, il nostro scopo è riconquistarli perché siamo bravi, non in quanto “rappresentiamo i meno peggio”.
E l’augurio ai compagni di quelle zone è: strinz e cul, e tin bota. Vi aspettano giorni migliori.

P.S. Non sapevo che immagine mettere. Poi ho scelto una foto del nuovo sindaco di Livorno, per far passare meglio il concetto che per avere perso contro queste persone, dovremmo essere stati davvero poco bravi-convincenti. Aiutoooo.

aiutooooooooooooooooooooooo

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6 pensieri su “10 modi per perdere le elezioni nelle “zone rosse”

  1. fsimoncini

    Secondo me c’è anche un problema di “fare il partito”. Non so a Livorno ma a Padova giovedì Civati ci fa ” domani vado a Padova, mi hanno chiamato all’ultimo per chiedermi se riesco a recuperare qualche voto di sinistra”. A Bergamo sono venuti Serracchiani, Boschi, Renzi, Martina, Civati più uno stuolo di locali, Gerry Scotti, una gara di torte con Benedetta Parodi (già…) ed avevamo pure Gori come candidato (uno noto anche alle casalinghe ) ma chi non ha potuto disporre di questo arsenale si è trovato fregato sia per l’astensione ( senza chi tira, la gente non va a votare) sia per giochi di potere ( a livorno parte della sinistra dura e pura ha scelto il Grillino per ripicca) . Se non rilanciamo il tesseramento e troviamo un modo di rendere accattivante avere la tessera anche senza ammazzarsi di politica incorreremo sempre a questi rischi. C’è anche da dire che in diverse zone siamo stati penalizzati dal fatto che se avessimo vinto allora M5S/ Rifondazione/ Altri non avrebbero preso manco un seggio per via del grosso risultato al primo turno e questo ha spinto a votare contrario. Insomma, il problema è bello articolato direi..

    Rispondi
    1. mirkoboschetti Autore articolo

      Il problema di “fare partito” è un problema che dovrebbe coinvolgerci tutti i giorni dell’anno, non solo il mese prima delle elezioni. Per il resto, sono d’accordo con te.

      Rispondi
  2. redpoz

    Condivido tutta l’analisi.
    Un paio di considerazioni su Padova (in parte si sovrappongono alle tue), la cui campagna elettorale ho seguito da esteno:
    1) Effetto “Mose”: non attribuirei troppo peso alla vicenda del Mose. Sicuramente, alcuni elettori hanno cambiato idea o si sono astenuti in seguito alle notizie, ma non in percentuale determinante.
    2) La candidatura di Ivo Rossi: troppo legata alla gestione Zanonato, troppo espressione di decenni di amministrazione passati. Persino l’intera gestione delle primarie ha dato l’impressione di voler portare avanti ad ogni costo la “continuità”. Inoltre, era da mesi che sulla stampa si attaccava la gestione della maggioranza da parte di Rossi.
    3) I temi della campagna: come sopra, da mesi la stampa riportava notizie di furti e “spaccate”. La camapagna si è focalizzata sulla sicurezza e il PD si è lasciato appiattire su questa, senza riuscire a narrare una città diversa. O, almeno, non l’ha fatto in maniera convincete: snocciolare dati sulle piste ciclabili è sicuramente un buon dato amministrativo, ma smuove gli elettori? Perso il “framing”, la sconfitta poteva esser intravista in partenza.
    4) Le alleanze. Tacendo delle vicende che hanno portato alla spaccatura con Padova2020, i toni successivi sono stati fin troppo accessi (per non dire violenti e gratuiti), che ha reso quasi impossibile ricucire efficacemente (con coerenza agli occhi degli elettori) al momento del ballottaggio.
    5) Il problema è tutto padovano: già da un primo raffronto coi voti delle elezioni europee si percepiva una difficoltà del PD cittadino; oggi, visti i risultati in altri comuni del Veneto (dove il PD ed il centrosinistra vincono), appare ancora più evidente una difficoltà locale nell’interpretare ed esprimere le esigenze e le visioni per la città (come idee e persone).

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    1. mirkoboschetti Autore articolo

      Ottimo. Molto interessante.
      Personalmente direi che il punto 1) avrà tenuto a casa 40-50 persone, non di più. Il problema si vedeva in partenza, già due settimane fa (quando lo scandalo Mose non c’era), dove un csx che aveva governato 20 anni, si fermava a poco più del 30%.
      I punti 2) 3) 4) sono molto interessanti, e un po’ ne ero al corrente, avendo parenti a Padova.
      E anche il punto 5) è importante, segno che il Pd di Padova (a differenza di quello delle altre città del veneto) deve cambiare un po’ i modi, e rivoluzionarsi, dopo questa batosta.

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      1. redpoz

        Infatti, a mio modesto giudizio a Padova il fatto di aver governato negli ultimi 10-20 anni ha “fossilizato” la classe dirigente cittadina, impedendo un vero ricambio che non fosse in qualche modo cooptato dai leader esistenti.

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