Quelli che non soffrono

Ci sono immagini che più di altre rimangono impresse nel cuore, e colpiscono così forte che piangere risulta solo liberatorio.

Ieri (come penso moltissimi italiani) ho seguito parte della cerimonia dei funerali di stato per le vittime del sisma. Conclusa la cerimonia, il presidente Mattarella è andato ad uno ad uno da tutti i famigliari delle vittime del terremoto. Si spostava di persona in persona, quasi cercando di raccogliere la testimonianza, la lacrima, l’abbraccio di ogni essere umano lì presente. Con una leggerezza unica trovava una carezza per chiunque, mentre il cameraman della Rai lo riprendeva in lontananza, e lo seguiva la voce sempre più debole dei giornalisti.
Ad un certo punto giunge davanti un ragazzo carino, pettinato, preciso, nel momento di dolore. Avrà avuto la mia età. Il presidente della Repubblica si ferma, gli stringe la mano. Quasi con uno slancio emotivo quel ragazzo appoggia la testa sulla giacca di Mattarella che subito gliela stringe forte. Si ferma la giornalista che stava parlando, deglutisce.
Piangiamo, io, mia mamma, mio babbo, che con me stavano guardando la tv.
Non sapevamo chi fosse quel ragazzo, chi avesse perso in quella tragedia assurda. Ma quella scena mi sentiva coinvolto, non poteva non sentirci coinvolti.


Finito di pranzare apro twitter, digito “Mattarella”. Volevo cercare quella foto: come aveva commosso me tutta quell’umanità non poteva non avere commosso tanti altri. E infatti la trovo, twittata da qualche mio follower che come me ha avuto la sensibilità di rimanere toccato in qual momento.
Ma nella ricerca trovo anche altro. 

Trovo insulti, trovo rabbia, trovo odio. E’ vero: i miei mi hanno insegnato a lasciare perdere le manifestazioni di odio. Ma davanti  questo momento non ci si può fermare, e pensare due secondi? Non importa chi sei, che cosa voti. Tu davanti a quelle immagini ti fermi e taci! Volevo replicare a qualcuno di questi. Ma ho lasciato stare perché penso che chi è insensibile al dolore, chi è insensibile alla commozione, non può comprendere attraverso due o tre tweet di replica.

Per puro caso, un po’ incazzato per queste cose che avevo letto, vado su facebook e vedo che il Fatto Quotidiano aveva postato la foto di Agnese Renzi commossa, ai funerali. E sotto la cloaca del facebook pronta ad insultarla, a non credere alla commozione, a pensare che tutto ciò sia propaganda. A sciacallare anche davanti al dolore. 



In questi giorni ho sentito parecchio il verbo sciacallare. L’ho sentito riferito ad alcuni siti web che per attirare click utilizzavano titolo fuorvianti sul terremoto. L’ho sentito riferito a parlamentari che sponsorizzavano i siti dei propri leader di riferimento per far girare informazioni utili per i terremotati. L’ho sentito infine per quelle miserie umane che ad ogni terremoto si aggirano sul luogo del disastro magari per rubare e portarsi a casa qualcosa.
Sciacallare è un verbo che riduce chi compie tali azioni ad una bestia. E’ molto più duro dell’insensibilità, perché uno può essere insensibile anche restando a casa, chiuso nelle sue mura, senza far sapere agli altri della propria esistenza. Lo sciacallo invece esce fuori alla ricerca della sofferenza o di un fatto che ha portato sofferenza, per lucrarci su, per guadagnarci qualcosa. Non solo denaro. Magari qualche like, qualche visualizzazione. La conoscenza di qualche idiota come lui.

E allora penso: cosa possiamo fare noi che invece “sappiamo soffrire” o almeno “rispettare la sofferenza altrui”? Basta essere diversi?
Non so se basti; ma già il fatto che non mi sia mai ridotto nella loro situazione, non mi sia mai spinto tanto in là, mi fa sentire sollevato e bene con me stesso. Probabilmente anche loro si sentono bene con loro stessi.
Però che vita di merda, stare bene, sciacallando sulle sofferenze altrui.

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2 pensieri su “Quelli che non soffrono

  1. the Lost Wanderer

    In quel frangente, Mattarella in veste di Presidente della Repubblica non è un politico, ma rappresenta l’Italia intera, quindi ognuno di noi. Siamo stati tutti noi che abbiamo cercato con un abbraccio di consolare un ragazzo disperato. Forse dovremmo lasciare la politica nel luogo che le compete, e non è in mezzo al lutto.

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