Appuntini estivi a chi pensa che quella di Visto sia satira.

Appuntini estivi:
1) Fare satira sui carabinieri o su i gay non è la stessa cosa. Uno è un mestiere, l’altra è una situazione d’essere. Detto questo, per me è lecita in entrambi i casi, ma posso capire chi, dopo anni si vessazioni, insulti, e situazione da non-riguardo da parte dello Stato che non ti fornisce gli stessi diritti degli etero, non trova “carino” ricevere addirittura della “satira”.
2) la satira non tutti la capiscono (e non tutti la sanno fare). C’è chi definisce satira quella di “Visto”, e probabilmente ha avuto una vita così triste da non avere mai incontrato la vera satira. Per me la Satira è tipo Spinoza. Anche quando parla male di quello in cui credo, perchè comunque lo fa in modo “pensato” e non scrivendo la prima cagatina che giunge all’unico neurone funzionante.
Quella non è satira, ma è chiacchiera da bar (anche abbastanza ridicola, o comunque “insultante”). La satira non reca insulto, ma al massimo critica, anche in modo feroce. A questo punto Visto potrebbe anche allegare un cd con le bestemmie più belle scelte dalla redazione. Poi voglio vedere la reazione dei marioadinolfi e dei suoi adepti.

P.s. Riporto la barzelletta nella copertina dell’allegato di Visto:
“Ti va di giocare a nascondino?” “Ok, se mi trovi mi puoi violentare. Se non mi trovi….sono nell’armadio”
Che ridere…

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Quando il blog di Grillo diceva “facciamo come L’Argentina” (poi è fallita)

L’Argentina è fallita per la seconda volta in 13 anni.
Dopo mesi di “succederà?” o “non succederà?” ora è ufficiale.

Pure Grillo che nel suo blog ha sempre avuto molta attenzione per il paese Sudamericano, lo annunciava già il 4 luglio, con il solito titolo che dà speranza al nostro paese “L’Argentina è vicina!”

argentina vicina

Ma come? Dopo anni di “facciamo come l’Argentina“, o “l’Argentina è il nostro modello”, ora l’economista Beppe Grillo e il suo staff di bocconiani, si scandalizzano se “l’Argentina sia vicina”?!
argentina italia

Non ci resta che augurare buona fortuna agli altri modelli economici del “megafono” del M5S, tipo l‘Islanda.

Ora anche su Tagli

Da venerdì potete leggermi su Tagli.me
Questo naturalmente non vuol dire che il blog morirà, anzi. Qui scriverò ogni cosa che mi passi per la testa (come al solito), ogni analisi critica, e naturalmente mi divertirò a confrontarmi con chi mi ha seguito in questi 11 mesi (25mila utenti, socmel).
Semplicemente, se volete, potrete leggermi anche là. 🙂

P.S. Se volete già iniziare, questo è il mio primo articolo (Sul Fatto Quotidiano e le condanne), e questo è il mio secondo (sull’evoluzione delle riforme sui diritti civili).

M.W.

Alcuni pensieri sulla sinistra, l’internazionalismo, la pace. E oggi.

la pace

Non voglio entrare in merito alla guerra Palestina-Israele, perchè sono molto a disagio nel parteggiare in un conflitto dove ne conosco davvero poco. Leggo, vedo le immagini, ascolto. Ma non ho il coraggio di parteggiare, e a differenza di molti, non ho certezze.

Voglio però fare una breve riflessione, anche partendo dai racconti del mio povero nonno. Lui era stato militante del PCI, quindi altra roba rispetto alla sinistra moderna, e purtroppo se ne è andato un po’ troppo presto per raccontarmi tutte le sue esperienze da militante. Ma una cosa mi ricorderò sempre. Qualche anno fa ero nella casa in montagna a godermi con i miei nonni le ultime giornate di vacanze estive. Era l’11 settembre, che per quelli della mia generazione vuol dire “torri Gemelle”, ma per quelli della generazione dei miei nonni, vuol dire anche “golpe in Cile”. Al telegiornale fanno vedere alcuni passaggi dell’ultimo discorso di Salvador Allende, e mio nonno mi raccontò la reazione che ci fu quando vennero a sapere del golpe. Allora non c’erano i social, ma tutto il mondo venne a sapere del fatto guardando le tv in bianco e nero. Mi disse che “il partito si mosse”, ci furono manifestazioni per la pace, riunioni, discussioni, assemblee. C’era davvero paura che potesse avvenire in Italia, in caso di vittoria comunista. L’Unità in prima pagina aveva un ampio titolone di condanna al Golpe. Ma ciò che più mi rimase impresso nelle parole di mio nonno fu “il coinvolgimento” comune e generale di un fatto che avveniva a migliaia e migliaia di chilometri da casa.
E così ogni situazione di tensione in tutto il mondo, ci si sentiva coinvolti, e il partito creava occasioni di dialogo, discussione. Anche di protesta.
E’ vero. Erano in guerra fredda. E’ vero, c’era paura che potesse scoppiare da un momento all’altro una guerra nucleare, che distruggesse tutti.
Ma è anche vero che erano altri tempi. Dove si discuteva. Dove l’internazionalismo era un valore, e “nessuno era vivo e felice finchè tutti non lo erano”. L’internazionale non era solo una canzone, che univa tutti i partiti socialisti e socialdemocratici. Ma era proprio una fede, un modo di vedere il mondo come un unico motore, che chissà, un giorno sarebbe diventato tutto “rosso”.

Vedo adesso molta indifferenza. Molta superficialità. Le immagini che ci vengono dalla Palestina ci sconvolgono sì, ma neanche più di tanto. La sinistra, che ha vissuto con l’ideale dell’internazionalismo per molti anni, non discute. E’ in preda a parlare d’altro, sì, magari nella contingenza più importante, ma non penso così importante come “la pace”.
E’ vero, non sono delle manifestazioni a provocare la pace. Ma non è neanche l’indifferenza. Il “condividere link su facebook” (molti tra l’altro, delle bufale).
L’altro giorno mi indignavo che nel quotidiano che per decenni ha distribuito mio nonno casa per casa, e che ha rappresentato milioni di italiani, nella cara e vecchia L’Unità, a pagina 4 si parlasse dell’ennesimo processo a Berlusconi, e a pagina 8 si trattasse di centinaia di morti in Palestina, nella striscia di Gaza.

Forse saranno i tempi. Forse sarà che la mia generazione non è come quella precedente, dei miei nonni. La mia generazione non è nata dalle macerie della guerra, noi non sappiamo neanche cosa vuol dire vivere avendo pochissimo da mangiare, senza la luce in casa. E la guerra, la vediamo, a volte, solo nei telegiornali, ma soprattutto nei film o nei videogames. Tutto sembra lontano, difficile da comprendere. Ma neanche ci mettiamo nella testa di cercare di capire. Spesso, inconsapevolmente, ce ne freghiamo, altamente.

Ma vedere anche il mio partito, la sinistra, così distaccata, mi piange il cuore. In questi giorni mi sembra di sentire mio nonno che mi dice “erano tempi bui, dove si usciva di casa per andare al lavoro, e non si sapeva se quel giorno scoppiava una bomba, o scoppiava una crisi diplomatica”. Erano tempi bui, che da noi fortunatamente sono passati, ma in Palestina si muore restando in casa. In Israele si muore uscendo da scuola.  Ed è tutto così lontano, che neanche ci indigniamo, neanche chiediamo a gran voce la “pace”. C’è la riforma del senato, come prima notizia nei tg. Anzi no, oggi si è dimesso Conte. Tragedia.

Alcuni consigli (non richiesti) a Civati e ai civatiani.

pippo civati

Nel fine settimana a Livorno si terrà il Politicamp, dove si riuniranno i civatiani, e altri personaggi “della sinistra” per discutere e riorganizzarsi. E’ un momento importante per il csx e il Pd, perché dimostra che c’è movimento anche fuori da quell’area che adesso coinvolge i tre quarti del partito, ed è l’area governista o filo-governista.
Penso che tutti i democratici possano essere felici di tale notizia. Un partito del 40% (e oltre) non può limitarsi ad essere un elefante monolitico, ma deve riuscire a parlare a gran parte della società, anche a quella che si considera “molto a sinistra”, o che non ha interesse o volontà nel ritenersi “renziana”.

Ormai i civatiani rappresentano la più grande corrente di minoranza del partito. E questo per due motivi: sono riusciti a rimanere compatti anche dopo il 14% preso alle primarie (i cuperliani invece si sono presto divisi), e sono riusciti a proporre e far eleggere i propri “uomini” in Europa. Sono ben quattro infatti i candidati civatiani, diventati europarlamentari.
Questo non vuol dire che TUTTI i voti presi dalla Schlein (giusto per citarne una) siano di civatiani. Anzi (ho avuto l’onore di votarla anch’io, che non faccio parte di alcuna corrente).
Ma vuol dire che sono riusciti ad avanzare “candidature di corrente” che parlassero a tanti.

Eppure il più grande problema per una minoranza è quello di farsi largo (e non morire), per acquisire un certo peso. E il più grande problema nel farsi largo è che, a seconda dei modi che uno utilizza, ci vuole poco a passare dalle “proposte che faranno bene al partito e al governo” al “semplice e puro rosicamento” o “tentativo di spaccare inutilmente il partito”.
Perciò sono cinque i consigli che mi sento di dare a Civati e ai civatiani:
1) Attenti ai toni. E’ vero: i contenuti sono la cosa più importante. E’ vero: le idee sono quelle che contano. Ma spesso il tono, il modo di argomentare, e di proporsi, può trasformare una battaglia “giusta e accettabile”, in “inutile e dannosa”. E quindi, perdente.
Sto pensando anche alla conferenza stampa di Mineo, dove tra offese sessiste e battute sui bambini autistici, ha compromesso completamente la sua figura, e anche quella che era la sua lotta politica.
Ma penso anche alle tante volte che si è paragonato Renzi a Berlusconi, dimostrando “astio” politico. E in politica, l’astio, è visto sempre negativamente.
2) Limitate le polemiche inutili. Penso a quella su “Berlusconi non ha firmato niente per iscritto, per accettare le proposte del PD sulla legge elettorale”. Abbastanza ridicola come polemica (anche perché, ormai penso sia sotto gli occhi di tutti, che è Grillo quello più inaffidabile, tanto che ha cambiato idea sulle riforme 4 volte in pochi giorni), tanto che ha fatto commentare ad un mio amico civatiano-della-prima-ora “se continuiamo così, facciamo la fine di Bertinotti”. Ecco, attenzione. Anche perché in poco tempo potete apparire come “fuori dal partito”, o “un altro partito”, e non penso sia quello che volete.
3) Costruitevi uno spazio politico sempre più grande dentro il PD, con più eventi come il politicamp. Serve per farvi notare, farvi vedere che ci siete (altro problema delle minoranze è quello di cadere nel “dimenticatoio”). Inoltre serve per acquisire sempre più importanza politica. Esistono tantissime persone di sinistra che in questo momento si sentono smarrite: non votano o hanno votato la lista Tsipras, vedendo poi la quasi-distruzione del proprio partito (sel). Parlate a loro, catturateli. Diteli che nel Pd c’è anche posto per loro, e che “insieme” e “più siamo” più le vostre idee potranno essere realizzate. Ed è importante “dentro il PD”, perché costruire qualcosa fuori da un partito con il 40%, come insegna la Lista Tsipras, può regalare solo “l’insignificanza politica”.
4) Contornatevi di esperti e persone di un certo peso. Non vi dico di diventare elitari, con i “professoroni”. Ma penso che l’esperienza in alcuni campi, come quello di “riforma costituzionale”, è tutto.
E gli esperti servono proprio per limitare i danni che fanno i non-esperti, quando trattano di argomenti che non hanno studiato, o non sono semplicemente il loro campo.
E soprattutto, prendete anche dalla società civile persone di un certo peso, lasciando fuori dal 2014 altri personaggi (Come Pecoraro Scanio, presente in conferenza unificata con Mineo, sel e M5S, per parlare del senato elettivo)
5) Dialogate sempre con la maggioranza del partito. E questo è il punto più importante. E’ infatti dalla prima assemblea nazionale del 15 dicembre che mi chiedo perché i civatiani facciano fatica a dialogare con la maggioranza del partito, e viceversa.
Eravamo in assemblea. Sono intervenuti Cuperlo, Renzi, Letta, e tanti altri. Poco più tardi leggo su Rainews che è intervenuto anche Civati: non dal palco, ma ha concesso un’intervista ai giornalisti per criticare ed esprimere dubbi e perplessità sulle parole del neo-segretario.
Così non si fa, eh perbacco.
Questi sono piccoli episodi che negli ultimi mesi si sono ripetuti assai (anche nelle riunioni di gruppo, alla Camera o al Senato). E per me, sono negativi.
Per farsi largo all’interno del partito, bisogna “usufruire” delle occasioni di democrazia interna e discussione, anche se non sono sotto i riflettori dei Media. E’ anche un modo per “farsi più rilevanti”. E non apparire “diversi dal PD”.

Detto questo, vi auguro buona fortuna. Vi ascolto, vi osservo. Non sarò presente al Politicamp perché ho un esame la prossima settimana, ma sono sicuro che da lì uscirà qualcosa di molto interessante.
Saluti.

P.S. Avevo appena finito di battere l’articolo quando ho letto questa dichiarazione di Civati: “Renzi mi ricorda il primo-Craxi”.
Cavoli, il punto uno. I toni, i toni…

Libri da leggere-Il caso di Eddy Bellegueule

Romanzo Bombiani

In 3 notti (si, leggo di notte) ho finito di leggere Il Caso di Eddy Bellegueule. Un successone francese (ha venduto in pochi mesi più di 200mila copie), che sicuramente in Italia non avrà pari risultati (perché il tipico lettore italiano d’estate legge “50 sfumature di grigio”).
Eppure consiglio a tutti di acquistarlo.
Perché leggerlo:
1) VALE PIU’ DI MILLE EDITORIALI SUL SUCCESSO DI MARINE LE PEN IN FRANCIA. Eddy è un ragazzino cresciuto in un paese nel nord della Francia, povero, ignorante, piccolo. Un paese dove l’ideale dell’uomo perfetto è: macho, non sottomesso alla donna, francese doc. L’immigrato è visto male, il gay è visto male, e pure il borghese è visto male. Non a caso l’ambientazione è la stessa che ha visto il 25 maggio più del 50% degli elettori votare Front National.
2) E’ UN RACCONTO D’UMILIAZIONE E SOFFERENZA. E chi ha un occhio (diciamo) di sinistra non può girarsi dall’altra parte mentre tutto ciò avviene. E non avviene solo nel paese di Eddy, ma ovunque, nel mondo “civilizzato” nell’occidente, e soprattutto nelle periferie nei piccoli centri. Dove le persone non finiscono la scuola, perché vanno a lavorare giovanissimi in fabbrica.
3) NON E’ UN SEMPLICE RACCONTO D’OMOFOBIA. Ma è un racconto di sofferenza, dove tutte le minoranze, o i più deboli, possono ritrovarsi. In parecchi hanno avuto la storia di Eddy senza avere però il coraggio di raccontarla. E non solo in Francia.
4) E’ UNA STORIA VERA. E questo è il fattore più triste. Perché leggendo, piangendo, quelle pagine, la più grande amarezza è proprio il fatto che esse raccontano pari pari eventi che il protagonista (che è lo scrittore) ha già vissuto.
5) RACCONTA COME E’ INUTILE APPARIRE ALTRO. Eddy lotta per anni cercando di essere “duro” di essere “come gli altri”, ma alla fine la realtà non si può più mutare. Non può sforzarsi a baciare ragazze o a fidanzarsi con loro per tutta la vita. Eddy è diverso, e se gli altri non l’accettano, conviene fuggire.
6) E’ UN RACCONTO DI SPERANZA. Si, perché Eddy ora ha cambiato nome, si chiama Edouard Louis, è fuggito a Parigi, ha continuato gli studi, ha 21 anni, ha avuto la forza di raccontare la sua storia, e soprattutto ha vinto. Perché i veri sconfitti della storia sono i genitori, violenti e ignoranti, sono gli amici, che non avevano altra prospettiva che quella di rimanere a vita ancorati in quel mondo. Sono i bulli, che non avranno sicuramente il futuro di Edouard. La fuga ha salvato Eddy, e non è stata come una resa. Ma come una vittoria, che purtroppo spesso non tutti gli omosessuali, i discriminati, le minoranze, riescono a portare a casa.
7) E’ UN RACCONTO POLITICO. Perché la politica lì ha fallito, non esiste. Non esiste la scuola, che diventa come un semplice modo per depositare i ragazzi fino ai 16 anni per far prendere alle famiglie i sussidi dallo stato. Non esiste la cultura, pure chi fa teatro viene visto male, e il padre di Eddy fatica addirittura a portare suo figlio a fare le audizioni di teatro, “perché così spreco la benzina”. Non esiste la sanità, si ha paura addirittura di chiamare il medico per curare una persona, e il paese è in preda allo svago dell’alcolismo. Non esiste la Chiesa, neanche un accenno ad alcuna religione, ad alcuna fede. Non esiste lo sport, perché pure il calcio nei campetti viene visto come un modo per “discriminare” il più debole, quello meno capace.

E tutto ciò avviene, nella Francia della libertè, egalitè, fraternitè. Nella Francia dei diritti.
Nei giorni nostri.

Se la D’Urso ci supera sui diritti

Ieri c’è stato il pride in decine e decine di città. L’Italia ormai è rimasto uno dei pochi paesi occidentali senza (o con pochi) diritti per gli omosessuali. Anche i più semplici, come il diritto di potersi “civilmente” sposare, vengono negati.

Il segretario del PD, e presidente del consiglio Matteo Renzi ha promesso che a settembre inizierà l’iter per discutere sulla civil partnership, ma pensando alla lentezza enorme del nostro parlamento, la speranza che l’iter giunga a conclusione con una buona legge, è molto vana.

Per questo c’è bisogno di raccogliere tutti gli endorsement, o segnali positivi, che ci giungono anche da altri schieramenti. E’ positivo che Feltri e la Pascale abbiano deciso di prendere la tessera dell’Arcigay, come è positivo che la D’Urso abbia preso così a cuore i diritti per le coppie LGBT, da twittare più volte nella giornata di ieri

Qualcuno ha detto che si tratta di paraculismo. E mi chiedo dove viva questo qualcuno. Tra una miriade di “ci sono ben altri problemi”, o “prima la famiglia vera”, a destra la Pascale, la D’Urso, e Feltri sono la minoranza della minoranza. E forse anche nella politica tutta. Se si diventa settari, si rischia di non vedere realizzato (ancora) niente. E invece bisogna raccogliere la più grande quantità di consenso e convogliarlo in iniziative e battaglie comuni.

Barbara D'Urso

Appena ho letto i tweet della D’Urso, ho pensato al Pd, e ho pensato a quanto sarei orgoglioso del mio partito se quella della D’Urso fosse la linea “di tutti” i componenti, di tutti i membri, di tutti i parlamentari. Non è così. Già leggo persone che, nascondendosi dietro la fede cattolica, mettono le mani avanti. (Stamattina un comunicato stampa del senatore Collina, di Faenza, parla chiaro: si scende alla mediazione, pure all’interno del Pd, pur partendo da un testo che dà il minimo indispensabile alle coppie omo).

Stefano Collina-PD

E di comunicati stampa simili ce ne sono una marea, anche di altri Onorevoli.
Chissà come andrà a concludersi la discussione. Intanto speriamo che la linea “D’Urso” (nei diritti civili) prevalga. Sarebbe un passo avanti, per il PD, e per l’Italia.