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Riflessioni sparse sulle comunali 2016

risultati ballottaggi

5 anni fa le elezioni nei comuni superiori erano finite così: 21 comuni al centrosinistra, 4 al centrodestra.
Questa domenica invece il centrosinistra è riuscito a vincere in solo 8 comuni, il centrodestra in 7, il M5S il 3, la destra in 3, e uno (Napoli) è andato alla sinistra.
Tirando una somma di quelle che sono state le elezioni amministrative 2016 (contando anche i comuni più piccoli), è evidente che il centrosinistra abbia perso.
Difficile dire se nella mancanza di fiducia degli elettori verso il centrosinistra abbia influito di più il malessere verso il governo, la futura battaglia referendaria, l’incapacità di alcune classi dirigenti locali, candidati sbagliati e non rappresentativi, la voglia di cambiamento. Io penso che in un’analisi che consti di oggettività e obiettività, ci vadano tutti questi elementi in tutti i comuni che abbiamo perso. E forse anche in quelli che abbiamo vinto, ma di poco.
Il territorio italiano è così variegato politicamente che di città in città questi fattori hanno trovato più forza, e anche più convinzione, quindi proverei a tracciare un’analisi per punti partendo da comuni che conosco abbastanza bene, visto che in uno ci studio e vivo (Milano), nell’altro ci sono nato e ho vissuto (Ravenna).

Prima di partire, premetto che sono molto contento dei risultati di Ravenna e Milano, città che sono tornate in mano al centrosinistra, e dove mi sono impegnato in prima persona nella campagna dei candidati sindaci e di alcuni candidati consiglieri, miei amici. So che faranno tanto, e faranno bene.

MILANO
Parto dalla vittoria più difficile, e forse anche quella che ho goduto di più. La campagna elettorale di Milano è durata 6 lunghi mesi, partendo dalle primarie, dove eravamo in ampio vantaggio su tutti e tutto, ci siam visti pareggiare il 5 giugno col candidato moderato di centrodestra. In queste ultime due settimane il Partito (prima di tutti) e poi la coalizione sono riusciti a ripartire, facendo una campagna sui territori, chiamando al telefono 30mila elettori delle primarie, mobilitando il nostro popolo. Chi ha vissuto in questi giorni nel comitato Beppe Sala sa benissimo che il clima non era quello dei migliori: tanti sondaggi ci davano sotto, Parisi era comunicativamente migliore e nei dibattiti prendeva a martellate Sala. Eppure il centrosinistra è riuscito a risorgere da se stesso. Ha iniziato insistentemente a credere nelle proprie capacità, e soprattutto nella propria VERA differenza col centrodestra (c’è un’enorme differenza tra Majorino e Salvini, tra Maran e De Corato, tra la Gelmini e Sala).
Ha ritrovato un po’ di orgoglio unitario come 5 anni fa. 
Nei mesi precedenti al primo turno non era così evidente. C’era molta competizione tra i candidati a consigliere, molta lotta dentro il proprio campo di elettori già convinti. E infatti le preferenze non sono state altissime (rispetto alle liste di centrodestra), e il primo turno è finito in pareggio.
Poi ha contato anche la paura di ritornare agli anni che furono. Il centrosinistra ha perso 5 municipi su 9 a Milano, e questo ha innescato un’ansia da risultato che prima non c’era.
Certo, non sarà la vittoria di 3 punti percentuali a far rimandare la discussione interna su come abbiamo perso queste zone, ma intanto la vittoria della città godiamola. Ce la siamo meritata.

Una piccola riflessione la farei anche sulla brutta campagna che qualcuno ha svolto contro Beppe Sala. Sala ha gestito l’expo con passione e secondo me anche bene. Per mesi questo suo lavoro svolto è diventato un boomerang, usato più che dalla destra e dai grillini (ovviamente), anche da alcuni gruppi che facevano parte della coalizione a sostegno di Pisapia: la sinistra per Rizzo e i radicali di Cappato, e ancora prima una parte di sel e di sinistra intorno la Balzani. I primi due penso siano rinsaviti le ultime settimane, prima Cappato (che ha appoggiato ufficialmente Sala), poi Rizzo (che a radio popolare ha dichiarato che avrebbe votato Sala).
Della sinistra balzaniana, in parte rientrata in Sinistra Per Milano, ho apprezzato il suo senso di appartenenza ad un centrosinistra, nonostante alcune resistenze interne, ma soprattutto nazionali. Riguardo la Balzani, mi sarebbe piaciuto un maggiore interesse verso il futuro politico della città dove a dicembre ha portato la residenza.
Abbiamo vinto nonostante polemiche ingiuste e pretestuose verso Sala come persona, la storia sui conti expo (come se expo fosse stata una semplice società, e non un evento planetario che ha visto arrivare a Milano 20 milioni di persone), nonostante critiche verso un governo nazionale che non c’entrava niente con l’amministrazione milanese (poi negli ultimi giorni, un minimo di obiettività ha contribuito a farlo capire a tutti), e nonostante un permalosismo che per mesi ci ha danneggiato come centrosinistra, e poi fortunatamente è sparito o è stato occultato.
Mi piacerebbe chiedere a qualcuno se ne è valsa la pena rischiare così tanto, ma saprei già la risposta: “è colpa vostra”.

Parisi. Una piccola riflessione la farei anche sul candidato di centrodestra Stefano Parisi. Tranne in alcuni momenti (tipo quando ha delirato sul gender) Parisi ha fatto un’ottima campagna, molto dignitosa, molto interessante, senza inutili polemiche. Essendo stato quasi una creatura berlusconiana, la sua candidatura ha assunto a tratti caratteri di telenovela, raccontata in un libricino che ha inviato nelle case dei milanesi. Però onestamente, anche vedendo i dibattiti tra i candidati nelle altre città, Milano è sembrata anni luce diversa dal resto d’Italia. Una campagna molto corretta, senza colpi bassi, auto rubate, Red Ronnie starnazzanti.
Se dietro Parisi non ci fossero stati La Russa, Passera, Gelmini, De Corato, fasci vari, Salvini, etc,etc sarebbe stato un candidato quasi di un centrodestra normale ed europeo.

Zona 2. Un’ultima riflessione la vorrei fare nella zona che ho girato di più, quella dove Angelo Turco (per chi non lo sa, il mio amico candidato che ho aiutato nella campagna per il consiglio comunale) è nato e dove vive, e dove si trova il circolo al quale sono iscritto. E’ la zona più di destra di Milano, dove il prossimo presidente sarà un 26enne leghista, ed è l’unica zona dove Parisi è arrivato primo.
Via Padova, stazione centrale, quartiere Adriano, Greco sono state le zone dove con più forza si è imposto il centrodestra. Forse dovremmo riflettere su alcune tematiche come immigrazione e criminalità, sicurezza e inclusione, che in queste zone sono particolarmente sentite e che spesso a sinistra vengono ignorate e a destra condite di populismi e cavolate. Il Partito dovrebbe essere più presente, non solo in campagna elettorale, ma durante tutto il resto dell’anno: non ha più senso mostrarci solo tre settimane prima del voto, ai mercati. Dovremmo fare un lavoro migliore sul territorio
(magari partendo dai tanti contatti che abbiamo di persone che votano alle primarie) e lo dovremmo fare non “anche se il PD fa fatica” ma “soprattutto perchè il PD fa fatica”.

RAVENNA
A Ravenna ha vinto Michele, mio amico, primo segretario, colui che contattai all’età di 16 anni chiedendogli come si facesse ad entrare nel Pd, e poi mi fece entrare. E’ una delle persone più entusiaste e capaci che conosca. Il risultato è stato buono, non all’altezza dei suoi reali meriti, ma sono sicuro che stupirà tutti, anche quelli che hanno preferito cercare qualcosa di diverso.
Su questo bisognerebbe fare una riflessione lunga e approfondita: che senso ha cercare qualcosa di diverso fine a se stesso? La novità fine a se stessa? Davvero è un cambiamento accettabile votare Lega perchè -gli altri hanno sempre governato- e per provare qualcosa di nuovo dopo 70 anni?
Mi piacerebbe una risposta da chi, non di centrodestra, ha voluto votare Alberghini, andando contro oltre le proprie idee, anche contro la Storia della propria regione, la Romagna, che il razzismo, la violenza (non di Alberghini, ma di qualche suo oppositore sicuro), e la chiusura mentale ha sempre tentato di allontanare.
Anche qui una riflessione andrebbe fatta sulle zone che hanno scelto il centrodestra, in particolare i lidi, e alcuni seggi della città, partendo sempre dalla solita tematica della legalità.
Abbiamo vinto grazie al forese, dove c’è più senso di appartenenza ad una stessa Storia: la mia Castiglione, per esempio, ha portato il 62% al centrosinistra.

ROMA
Argh.
Difficile commentare Roma da fuori Roma. Provo a riassumere in modo flash: abbiamo amministrato tiepidamente, siamo stati travolti dagli scandali (anche di mafia), abbiamo dimesso in maniera goffa il nostro sindaco, abbiamo cercato di ricostruire il partito, abbiamo candidato Giachetti. Qualcuno dice che eravamo destinati a perdere, e lo penso anch’io.
Una cosa che non ho condiviso per niente in questi ultimi giorni di campagna è la tecnica grillina di fango sull’avversario, con tanto di sms al limite dell’infamia. Come ho letto su facebook, “il pd a Roma poteva scegliere di perdere con dignità, ha scelto di perdere da grillini”. E così è andata.

IL RESTO
Il resto d’Italia lascia un quadro per niente rassicurante. Ogni volta che andiamo contro al M5S, perdiamo i ballottaggi. Non riusciamo a trovare le parole adatte, e penso anche le persone per scontrarci contro una forza nuova come i 5stelle.
Quando ci scontriamo contro il centrodestra a volte vinciamo (Varese, oppure Caserta), a volte no (penso a Savona, Finale Emilia, Grosseto).
Ancora la maggioranza degli italiani nota la differenza in positivo del Pd rispetto la Lega. Ma quella del Pd rispetto al M5S fatica a vederla. Nel 2014 li doppiammo, dimostrandoci nuovi, freschi, con la voglia di fare e cambiare il Paese. Adesso perdiamo ancorandoci ai nostri comuni, parlando di quello che abbiamo fatto, ripetendo i nostri valori. Non basta più. I cittadini ci chiedono un salto intellettivo enorme: dobbiamo cambiare noi stessi ogni volta, martellare su ogni tema, e dare sentimento di cambiamento. A Torino e a Roma ha vinto il cambiamento, che non riconosco, ma sempre di cambiamento si tratta.
A Napoli ha vinto un altro genere di cambiamento: un sindaco (che, per la cronaca, mai e poi mai avrei votato) che è riuscito a modificare se stesso più volte nel corso dei 5 anni del mandato, è riuscito a rappresentare le istanze più sentite dei suoi cittadini (compresa quella di apparire come “capopopolo”) e infine è riuscito ad apparire “diverso” rispetto a tutti gli altri.
Anche a Rimini (uno dei pochi comuni, dove il centrosinistra ha vinto al primo turno ricandidando l’ex sindaco), Gnassi non solo è riuscito a vincere con un 57%, ma ha preso anche più voti rispetto a 5 anni fa. E’ riuscito a farlo seguendo gli stessi punti di De Magistris, toccando temi che la sinistra fatica a toccare (come turismo, balneazione, sicurezza), dimostrando ai più di essere il più affidabile tra i candidati in campo. E non importa il nazionale, o le paure, o la situazione economica attuale, se un sindaco è bravo a toccare questi punti la gente lo capisce, a prescindere dal Partito che rappresenta e dal contesto.

Di certo nei prossimi mesi il Partito dovrà ripartire, e in alcune zone anche risorgere. Su due piedi così direi che la vittoria del referendum non è per nulla certa. In tutta Italia si sta coalizzando un malessere verso Renzi e il Pd che è unico. E non è un malessere di sinistra, di destra, o di 5stelle. Ma è un malessere che si riversa di volta in volta verso chiunque sia capace di bloccare il Pd (quindi a sinistra praticamente mai, basta vedere i risultati di Fassina o Airaudo. A destra a volte, spesso invece si riversa sui 5stelle).
Non so come ne usciremo, o come potremmo uscirne. Ma qualcosa deve cambiare. A cominciare dai rapporti verticali del Partito, che dovrebbe essere più presente nelle locale, dove spesso ci sono dirigenze inadeguate a captare e capire che le cose cambiano.
Anche Renzi dovrebbe fare un lavoro su se stesso: le polemiche inutili e pretestuose non interessano più a nessuno. Gufi, rosiconi, l’Italia del no, il cercare sempre un nemico, questo modo di far politica non ha più appeal. Nel 2014 il PD cercava di discutere con tutti per il bene del Paese, creava ponti, non chiudeva porte, al massimo le trovava chiuse. E la gente ci premiò, ci trovò interessanti, diversi. Ci diede la fiducia, perchè trasmettevamo fiducia. Cerchiamo di ritrovare quelle condizioni favorevoli, oppure continueremo a farci male, e temo che sarà sempre peggio.

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Sull’addio di Civati al PD

civati

Ammettiamolo: tutti noi del PD (o almeno quasi tutti) siamo stati civatiani almeno per 5 minuti nella nostra vita.
In quel momento quando nel 2012 si discuteva di “prendere” la Lombardia, poter battere il berlusconismo nelle sue terre, e molti già dicevano “quel giovane consigliere ha possibilità di vincere”. Era un momento di rottura, in parecchi parlavano di “cambiamento”, il M5S era destinato a prendere il 25% dopo pochi mesi. Nada, si candidò Ambrosoli, vinse Maroni.
E come non dimenticare quel momento post elezioni 2013, dove tutti disorientati credemmo, o almeno cercammo di credere, nella speranza del governo di cambiamento. E lì Civati disse “faccio scouting nel M5S”. Ed è vero, lui parlò con tanti grillini. Ed è vero, era molto apprezzato. Bersani non ce la fece, la Lombardi disse di “non essere a Ballarò” e tutti i sogni svanirono.
Era aprile 2013 quando tutti noi eravamo disorientati. C’era stato il prodicidio, i famosi 101, Bersani si era dimesso lasciando il partito ad Epifani (!), e il governo pochi mesi dopo andò a Letta (!).
Civati organizzò eventi. Sembrava una piccola lumaca spuntata fuori dopo la tempesta.
Fu quello il momento quando mi avvicinai al civatismo, condividevo le sue idee , leggevo il suo blog.
Nel mentre, mi diplomavo, e subito dopo aver dato l’orale della maturità, partivo per il ciwaticamp.

“W la libertà”. Che bel titolo, che bel nome. Lì conobbi un sacco di compagni, feci la foto che vedete qui, mi parlò anche (“oh, ti conosco, ti leggo sui social”), e mi chiesero di partecipare alla creazione del comitato Civati (qualche dirigente nazionale civatiano mi chiese addirittura di coordinarlo nelle mie zone). Ma io volevo rimanere fuori da tutto (per me, la botta di inizio 2013 era stata molto forte), e così fu.
Ad agosto cercai di portare Civati nella mia festa, ma i troppi impegni impedirono a Pippo di giungerci. Pochi mesi dopo andavo ad ascoltarlo a Ravenna, alla festa. Nel frattempo Renzi iniziò la cavalcata che lo portò a diventare segretario.

La politica è fatta di momenti, come la vita. Se devo dire un momento nel quale mi sono definitivamente allontanato dal civatismo, indicherei senza dubbio il 15 dicembre 2013. Eravamo a Milano, in tantissimi. Era la prima assemblea nazionale, quella che avrebbe votato Renzi segretario, i membri della direzione, e Cuperlo presidente. Passarono in tantissimi su quel palco, fu una bella festa democratica. La sera, tornando a casa, scoprì che Civati si era lamentato di Renzi e del Pd. Non mi ricordo le parole esatte, ma mi ricordo che lo fece in un’intervista a rainews.
Sarò vecchio, sarò antico. Io ho sempre visto il Partito come quel luogo dove si discute, anche animosamente, negli organi votati dagli elettori di quel partito. E poi lì si decide, tutto.
Civati no. Non era salito su quel palco, quel giorno. Ma si era lamentato, con i giornalisti.

In quel momento prese una deriva che l’avrebbe portato a lamentarsi e a minacciare scissioni ogni due per tre.
Passarono i mesi, si arrivò alle elezioni europee, e lì Civati con un gran post endorsò solo i candidati della sua corrente, che alla fine, grazie all’ottimo risultato del Pd, furono in parte eletti. Poche settimane dopo nacque “è possibile”, la corrente più corrente del Pd. Una corrente forte, unita, coesa, leaderistica. I civatiani organizzano eventi per loro, intervengono insieme anche alle assemblee, si votano tra loro. I civatiani parlamentari si arroccano nell’antirenzismo (ricordo ancora la conferenza stampa dove Mineo, con Civati al suo fianco, dice che Renzi è un bimbo autistico), si fanno sostituire in commissione.

In queste ore ho chiamato qualche mio amico civatiano, ho chiesto “che farete?”. La principale risposta è stata “che facciamo? Dove dovremmo andare?”. Ho guardato un po’ nei social, e ho letto un sacco di prese in giro (“dopo due anni di annunci!”), alcune veramente evitabili, e abbastanza da bulli. Ma mi hanno colpito soprattutto le prese in giro dei compagni di sel, di alcuni deputati. Loro, che da te sempre apprezzati, potrebbero solo che guadagnarci.
Sembra la fine di “al lupo al lupo“. In molti non ci credono, in molti non si fidano. Ferrero e Ingroia invece sognano l’unione delle sinistre, una podemos italiana, ma forse dovrebbero informarsi e scoprire che la podemos iberica non è formata da cariatidi o peones.

Pippo, hai sbagliato molto. Nel 2012 potevi candidarti a Presidente della Lombardia, e forse avresti vinto. Nel 2013 potevi ritagliarti un tuo spazio forte e propositivo nel Pd, ma hai preferito stare sotto i riflettori e stare poco nei luoghi di battaglia, dove dovevi stare, negli organismi del Pd. Dopo avere preso il 14%, hai iniziato a criticare il Pd ogni giorno, magari aspettando che Renzi ti cacciasse (ma forse a malapena ti notava).
Ti sei fatto sbeffeggiare per mesi, e ora decidi di uscire definitivamente, DOPO L’ITALICUM, manco fosse dopo il jobsact, o per colpa di una “contestata” buona scuola.
Esci a pochi mesi dalle elezioni, che vede schierati tantissimi ragazzi e ragazze della tua corrente, nel Pd. Molti sono candidati. Penso a Casson, penso al cittadino veneziano, del Pd, che ora avrà paura di votare uno che magari tra qualche settimana ritrova con Ferrero o Diliberto o Ingroia.

Pippo, hai sbagliato molto. Ma anche il Pd ha sbagliato molto.
E’ vero. Ma la battaglia per evitare errori si continua, dentro un contenitore del 40%.
Sarà difficile continuarla in uno del 3-4%, sopratutto in vista dell’attuazione dell’italicum tra un anno.
Tu sogni podemos, ma attento che podemos era partito forte, da persone senza tessere in tasca. Ora ha perso il 10% in poche settimane ed è travolto da manie grilline contro la kasta. Per non parlare del contratto di Iglesias per la tv iraniana, o i fondi di podemos in Svizzera.

Non esisterà mai un partito perfetto, ma può esistere il partito forte (per attuare le idee), e anche il partito scalabile. Il Pd era uno di quelli. Non ti è piaciuto, auguro a te e a chi ti seguirà “buona fortuna”. Nel rispetto delle vostre scelte, e anche di chi sceglie di restare. Ancora. Nonostante tutto.

P.S. Stasera sono andato a ritrovare anche un articolo vecchio, era luglio 2014. Erano consigli che ti davo. Ecco, a posteriori posso dire che non li hai seguiti molto…  

SULLE ELEZIONI REGIONALI, E SULLA BUONA AMMINISTRAZIONE DELL’EMILIA ROMAGNA

I grillini e i leghisti dell’Emilia Romagna , a corto di idee, ripetono come un mantra che “andiamo alle elezioni regionali anticipate di qualche mese, perché Errani é stato condannato”. Ed é vero. Errani, assolto in primo grado, e condannato in secondo, ha deciso di dimettersi questo Luglio. Non l’hanno fatto i vari condannati della Lega, travolti dai vari scandali con i rimborsi pubblici, e la condanna per omicidio colposo e poi quella di diffamazione, non hanno fatto “ritirare” neanche il megafono Grillo. Come è giusto così. Ritirarsi per una condanna non definitiva, non è obbligatorio.
Come non è vero che chi è stato condannato sia da “eliminare”, “cancellare”, “distruggere”, “insultare”, anche se per raccattare due o tre voti, questo è uno dei metodi più efficaci.

Errani ha governato 15 anni questa regione, che, nolenti o volenti, è una delle migliori in Italia. E anche se non vi fidate di statistiche che danno alla nostra regione la terza sanità migliore d’Europa (migliore di quella danese, belga e tedesca), uno degli welfare più apprezzati, una delle poche regioni italiane non in recessione (ma con la crescita dell’1% del Pil nell’ultimo anno), basta viaggiare, andare altrove, e guardarsi intorno.
Perchè é vero che in politica si puó fare meglio (anche peggio), ma i confronti si fanno con la realtà, se no dialoghiamo sui massimi sistemi e facciamo filosofia.

Quando Errani risolveva con grande dignità ed energia, insieme ai sindaci emiliani, l’emergenza terremoto (più forte di quello, già disastroso, abruzzese), i grillini condividevano i link sulle “trivellazioni che creano terremoti”.
Quando Errani e il centrosinistra della regione contribuivano a formare il sistema sanitario terzo in Europa e migliore in Italia, i ciellini facevano fallire il San Raffaele.
Quando Errani e i sindaci romagnoli gestivano l’emergenza neve (con due metri di neve) nel 2010, la Roma di Alemanno era bloccata da 2 millimetri di neve, e chiedeva l’aiuto dell’esercito.
Quando Errani si tagliava lo stipendio, e il centrosinistra dell’Emilia Romagna (prima regione in Italia) decideva di togliere il vitalizio ai consiglieri, la Lega Nord comprava diamanti in Tanzania e lauree in Albania.

E possiamo parlare di ogni cosa. Delle imprese, che a poco a poco stanno ripartendo (come ho scritto prima, l’Emilia Romagna non è in recessione), del turismo, del territorio (che anche se è colpito da catastrofi, crea “problemi” e “danni” alla popolazione solo quando l’evento è ingente, mentre altrove si rimani bloccati se piove due giorni di fila), degli asili, delle università (il polo di Bologna resta uno dei primi in Italia), eccetera, eccetera.

Si poteva fare meglio? Certo. Ma insieme alla popolazione emiliana e romagnola si è fatto tanto, e penso che sia ingeneroso infangare l’operato di Errani per una condanna in secondo grado (che penso verrà ribaltata in terzo grado) per falso (non corruzione o altre fattispecie simili).

Il centrosinistra ha amministrato bene la regione Emilia Romagna, ed Errani è un politico capace e onesto.
E vi dirò di più: le capacità e l’onestà di un politico (ma anche di qualunque persona) non saranno e non potranno mai essere giudicate da nessuna sentenza, né di primo, né di secondo, e neanche di terzo grado.

Ora Bonaccini ha un compito enorme: poter prendere in mano questa bellissima regione, e saperla migliorare nella continuità, come è sempre avvenuto. E in questo, ha la mia fiducia.

(Qui sotto, ci sono un po’ di dati sulla nostra regione)

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Alcuni consigli (non richiesti) a Civati e ai civatiani.

pippo civati

Nel fine settimana a Livorno si terrà il Politicamp, dove si riuniranno i civatiani, e altri personaggi “della sinistra” per discutere e riorganizzarsi. E’ un momento importante per il csx e il Pd, perché dimostra che c’è movimento anche fuori da quell’area che adesso coinvolge i tre quarti del partito, ed è l’area governista o filo-governista.
Penso che tutti i democratici possano essere felici di tale notizia. Un partito del 40% (e oltre) non può limitarsi ad essere un elefante monolitico, ma deve riuscire a parlare a gran parte della società, anche a quella che si considera “molto a sinistra”, o che non ha interesse o volontà nel ritenersi “renziana”.

Ormai i civatiani rappresentano la più grande corrente di minoranza del partito. E questo per due motivi: sono riusciti a rimanere compatti anche dopo il 14% preso alle primarie (i cuperliani invece si sono presto divisi), e sono riusciti a proporre e far eleggere i propri “uomini” in Europa. Sono ben quattro infatti i candidati civatiani, diventati europarlamentari.
Questo non vuol dire che TUTTI i voti presi dalla Schlein (giusto per citarne una) siano di civatiani. Anzi (ho avuto l’onore di votarla anch’io, che non faccio parte di alcuna corrente).
Ma vuol dire che sono riusciti ad avanzare “candidature di corrente” che parlassero a tanti.

Eppure il più grande problema per una minoranza è quello di farsi largo (e non morire), per acquisire un certo peso. E il più grande problema nel farsi largo è che, a seconda dei modi che uno utilizza, ci vuole poco a passare dalle “proposte che faranno bene al partito e al governo” al “semplice e puro rosicamento” o “tentativo di spaccare inutilmente il partito”.
Perciò sono cinque i consigli che mi sento di dare a Civati e ai civatiani:
1) Attenti ai toni. E’ vero: i contenuti sono la cosa più importante. E’ vero: le idee sono quelle che contano. Ma spesso il tono, il modo di argomentare, e di proporsi, può trasformare una battaglia “giusta e accettabile”, in “inutile e dannosa”. E quindi, perdente.
Sto pensando anche alla conferenza stampa di Mineo, dove tra offese sessiste e battute sui bambini autistici, ha compromesso completamente la sua figura, e anche quella che era la sua lotta politica.
Ma penso anche alle tante volte che si è paragonato Renzi a Berlusconi, dimostrando “astio” politico. E in politica, l’astio, è visto sempre negativamente.
2) Limitate le polemiche inutili. Penso a quella su “Berlusconi non ha firmato niente per iscritto, per accettare le proposte del PD sulla legge elettorale”. Abbastanza ridicola come polemica (anche perché, ormai penso sia sotto gli occhi di tutti, che è Grillo quello più inaffidabile, tanto che ha cambiato idea sulle riforme 4 volte in pochi giorni), tanto che ha fatto commentare ad un mio amico civatiano-della-prima-ora “se continuiamo così, facciamo la fine di Bertinotti”. Ecco, attenzione. Anche perché in poco tempo potete apparire come “fuori dal partito”, o “un altro partito”, e non penso sia quello che volete.
3) Costruitevi uno spazio politico sempre più grande dentro il PD, con più eventi come il politicamp. Serve per farvi notare, farvi vedere che ci siete (altro problema delle minoranze è quello di cadere nel “dimenticatoio”). Inoltre serve per acquisire sempre più importanza politica. Esistono tantissime persone di sinistra che in questo momento si sentono smarrite: non votano o hanno votato la lista Tsipras, vedendo poi la quasi-distruzione del proprio partito (sel). Parlate a loro, catturateli. Diteli che nel Pd c’è anche posto per loro, e che “insieme” e “più siamo” più le vostre idee potranno essere realizzate. Ed è importante “dentro il PD”, perché costruire qualcosa fuori da un partito con il 40%, come insegna la Lista Tsipras, può regalare solo “l’insignificanza politica”.
4) Contornatevi di esperti e persone di un certo peso. Non vi dico di diventare elitari, con i “professoroni”. Ma penso che l’esperienza in alcuni campi, come quello di “riforma costituzionale”, è tutto.
E gli esperti servono proprio per limitare i danni che fanno i non-esperti, quando trattano di argomenti che non hanno studiato, o non sono semplicemente il loro campo.
E soprattutto, prendete anche dalla società civile persone di un certo peso, lasciando fuori dal 2014 altri personaggi (Come Pecoraro Scanio, presente in conferenza unificata con Mineo, sel e M5S, per parlare del senato elettivo)
5) Dialogate sempre con la maggioranza del partito. E questo è il punto più importante. E’ infatti dalla prima assemblea nazionale del 15 dicembre che mi chiedo perché i civatiani facciano fatica a dialogare con la maggioranza del partito, e viceversa.
Eravamo in assemblea. Sono intervenuti Cuperlo, Renzi, Letta, e tanti altri. Poco più tardi leggo su Rainews che è intervenuto anche Civati: non dal palco, ma ha concesso un’intervista ai giornalisti per criticare ed esprimere dubbi e perplessità sulle parole del neo-segretario.
Così non si fa, eh perbacco.
Questi sono piccoli episodi che negli ultimi mesi si sono ripetuti assai (anche nelle riunioni di gruppo, alla Camera o al Senato). E per me, sono negativi.
Per farsi largo all’interno del partito, bisogna “usufruire” delle occasioni di democrazia interna e discussione, anche se non sono sotto i riflettori dei Media. E’ anche un modo per “farsi più rilevanti”. E non apparire “diversi dal PD”.

Detto questo, vi auguro buona fortuna. Vi ascolto, vi osservo. Non sarò presente al Politicamp perché ho un esame la prossima settimana, ma sono sicuro che da lì uscirà qualcosa di molto interessante.
Saluti.

P.S. Avevo appena finito di battere l’articolo quando ho letto questa dichiarazione di Civati: “Renzi mi ricorda il primo-Craxi”.
Cavoli, il punto uno. I toni, i toni…

Se la D’Urso ci supera sui diritti

Ieri c’è stato il pride in decine e decine di città. L’Italia ormai è rimasto uno dei pochi paesi occidentali senza (o con pochi) diritti per gli omosessuali. Anche i più semplici, come il diritto di potersi “civilmente” sposare, vengono negati.

Il segretario del PD, e presidente del consiglio Matteo Renzi ha promesso che a settembre inizierà l’iter per discutere sulla civil partnership, ma pensando alla lentezza enorme del nostro parlamento, la speranza che l’iter giunga a conclusione con una buona legge, è molto vana.

Per questo c’è bisogno di raccogliere tutti gli endorsement, o segnali positivi, che ci giungono anche da altri schieramenti. E’ positivo che Feltri e la Pascale abbiano deciso di prendere la tessera dell’Arcigay, come è positivo che la D’Urso abbia preso così a cuore i diritti per le coppie LGBT, da twittare più volte nella giornata di ieri

Qualcuno ha detto che si tratta di paraculismo. E mi chiedo dove viva questo qualcuno. Tra una miriade di “ci sono ben altri problemi”, o “prima la famiglia vera”, a destra la Pascale, la D’Urso, e Feltri sono la minoranza della minoranza. E forse anche nella politica tutta. Se si diventa settari, si rischia di non vedere realizzato (ancora) niente. E invece bisogna raccogliere la più grande quantità di consenso e convogliarlo in iniziative e battaglie comuni.

Barbara D'Urso

Appena ho letto i tweet della D’Urso, ho pensato al Pd, e ho pensato a quanto sarei orgoglioso del mio partito se quella della D’Urso fosse la linea “di tutti” i componenti, di tutti i membri, di tutti i parlamentari. Non è così. Già leggo persone che, nascondendosi dietro la fede cattolica, mettono le mani avanti. (Stamattina un comunicato stampa del senatore Collina, di Faenza, parla chiaro: si scende alla mediazione, pure all’interno del Pd, pur partendo da un testo che dà il minimo indispensabile alle coppie omo).

Stefano Collina-PD

E di comunicati stampa simili ce ne sono una marea, anche di altri Onorevoli.
Chissà come andrà a concludersi la discussione. Intanto speriamo che la linea “D’Urso” (nei diritti civili) prevalga. Sarebbe un passo avanti, per il PD, e per l’Italia.

10 modi per perdere le elezioni nelle “zone rosse”

Visto che in queste ore analisti politici, il popolo dell’analisi della sconfitta, democratici, si stanno sbizzarrendo con improbabili e più o meno valide analisi sul voto di domenica (dove, naturalmente, il centrosinistra ha stravinto conquistando ben 167 comuni, ma dove ha comunque perso in città come Perugia, Padova, Livorno, Riccione, Urbino, che non ci si aspettava di perdere), pure io voglio analizzare il voto partendo dalla domanda cruciale: come si fa a perdere nelle zone rosse?

1) Credere di avere già vinto in partenza. Insomma, pensare, come la sinistra di queste zone ha pensato per decenni, che “da noi ci votano comunque”, e “ci voteranno sempre”, di generazione in generazione. Credere che la disciplina di partito valga ancora nel 2014, e soprattutto valga ancora dopo due elezioni (2013, 1014) dove più della metà degli italiani ha cambiato idea politica e le proprie convinzioni di una vita, votando altro.
2) Avere amministrato male. Questo naturalmente è uno dei punti più importanti: il voto di Perugia, Livorno, Padova, è stato un voto sulle amministrazioni, non un voto su “non siamo più di sinistra”, oppure “siamo diventati grillini o di destra”. Basta vedere che grossi sbalzi ci sono rispetto le europee. Dove sono finiti quei voti? E’ possibile che ci sia così tanta gente che si fida del partito nazionale e però non si fida (più?) di quello locale? La risposta è su come abbiamo amministrato.
3) Avere amministrato male, e cercare la riconferma. E’ successo in molte città. E’ successo in vari modi: o ricandidando il sindaco, o uno della giunta “fallimentare”, o il vicesindaco.
4) Credere che le primarie vadano sempre bene, e che ai cittadini interessino “purchè si facciano”. Non è sempre vero. Spesso portano a scontri inutili ed incredibili, spesso sono “primarie farsa” dove si utilizzano mezzi anche non leciti, pur di “far vincere quello che deve vincere”. Se si devono fare, tanto per farle, non facciamole.
5) Non riuscire a dare un’alternativa a se stessi. Allora, la continuità va benissimo quando abbiamo amministrato stupendamente una città. Ma la continuità deve avere comunque un pelo di “cambiamento”, o “nuove prospettive, per un nuovo futuro”. Se no non si tratta di “continuità”, ma di “conservazione”. Quindi servono idee nuove, e persone nuove. Per una città sempre più nuova.
6) Fare campagna principalmente contro l’avversario, pur partendo in vantaggio. E’ successo in varie città (penso Padova), dove col “Bitonci no”, abbiamo mostrato un partito impaurito, e soprattutto in piena rincorsa dell’avversario. Male, molto male.
7) Non coinvolgere la cittadinanza in 5 anni. Questo è un problema tipico: quello di adagiarsi sugli allori. Fosse per me il PD sarebbe nei mercati, in piazza, tutti i giorni dell’anno. Ed è così che dovrebbe essere.
In questa campagna elettorale mi son sentito dire, spesso e volentieri: “ah, ma voi venite in piazza solo un mese prima delle elezioni, per chiederci i voti”. E’ vero, purtroppo. Il concetto che in molte città abbiamo fatto passare, è questo. E la colpa un po’ di tutti.
8) Non coinvolgere tutto il partito. Anche questo è un punto importante: siamo un partito del 40%, con correnti e correntine. Spesso, logiche e scontri di partito, ha portato “alcuni della nostra area”, a presentare liste civiche avverse, o addirittura a votare candidati opposti. Pure grillini. Questo è un grosso errore delle dirigenze locali.
9) Credere che la gente voti per il partito, non per le persone. Come ho scritto nel punto uno, non è più così. La gente (almeno la maggior parte) vota le persone, e spesso (succede molto raramente) anche la destra o il M5S presenta persone valide. Che convincono più dei nostri.
10) Non candidare persone che danno un “di più” alla lista. Invece questo è molto importante. Persone che riescono ad intercettare il voto moderato, o quello “movimentista”, magari non verranno elette, ma ti portano molti voti di persone che non avrebbero mai votato per voi. Ed esistono queste persone, anche nelle zone rosse.

Adesso non sto dicendo che in tutte le città dove il PD ha perso si sono presentati questi fattori. Magari solo 2-3. Magari solo uno. Nessuno, non ci credo.
Detto questo, penso che al prossimo giro, se saremo bravi, riconquisteremo quelle città. Ma solo se saremo bravi, se non ripeteremo gli stessi errori, se manderemo a casa i responsabili (che spesso non sono neanche i candidati sindaci sconfitti, ma si annidano nelle segreterie), se cambieremo in meglio tutto. Poi, penso, che se la destra e il M5S locali, sono come quelli nazionali, ci divertiremo. La gente tornerà a votare per noi, dalla disperazione.
Ma, naturalmente, il nostro scopo è riconquistarli perché siamo bravi, non in quanto “rappresentiamo i meno peggio”.
E l’augurio ai compagni di quelle zone è: strinz e cul, e tin bota. Vi aspettano giorni migliori.

P.S. Non sapevo che immagine mettere. Poi ho scelto una foto del nuovo sindaco di Livorno, per far passare meglio il concetto che per avere perso contro queste persone, dovremmo essere stati davvero poco bravi-convincenti. Aiutoooo.

aiutooooooooooooooooooooooo

Potete sporcarci i muri, ma non abbatterete mai le sezioni!

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Fanno male quelle immagini che ci giungono da Roma, dove un gruppo di No Tav hanno invaso via dei Giubbonari assaltando la storica sezione PD.

Immagini di una barbarie piena di ignoranza e fanatismo fomentati negli ultimi anni dall’impoverimento del dibattito politico, e anche, purtroppo, dalla crisi politica ed economica.

Fanno male quelle immagini, soprattutto ad uno come me, e a tutti quei militanti, che hanno un amore enorme per quei posti.

Chi non c’è mai entrato non può capire la magia di quei luoghi.
Sono luoghi di battaglie, discussioni, amori, passioni, risate, lacrime e amicizie. Luoghi di buona politica, e anche di scontri furibondi. Ma luoghi dove alla fine abbiamo tutti la coscienza di fare parte di storie diverse, ma di avere intrapreso un cammino insieme e di combattere per lo stesso fine: un’Italia migliore.

È incredibile come, col passare degli anni, gli errori di una classe politica, siano ricaduti su chi ha sempre fatto buona politica. Quelle violenze di questo pomeriggio, quei petardi e quei fumogeni, sono prima di tutto un attacco alla democrazia, poi all’intelligenza. Solo degli stolti possono riversare la propria rabbia su luoghi che son stati costruiti anni e anni fa, con la pazienza e l’amore di tanti nonni e bisnonni. Luoghi che ora noi abbiamo ereditato, e, con grandi fatiche, cerchiamo di onorare e difendere.

Mi feriscono quelle immagini che vengono da Roma. Mi stringe il cuore ascoltare le parole della segretaria di sezione, che in lacrime, tentava di difendere l’onore di quelle targhe, che hanno dietro una storia bellissima ed enorme, ben più grande di quegli incappucciati mossi da ira e ignoranza.

Negli ultimi anni, anche noi, ci siamo spesso dimenticati la magia di quei posti. Posti che non sono sostituibili da nessun gruppo Facebook e da nessun blog. Luoghi veri, che purtroppo son sempre più rari, visto che la crisi dei partiti sta costringendo molte federazioni a venderli. Luoghi che contavano migliaia e migliaia di tessere, e ora stentano ad arrivare al centinaio. Luoghi che spesso sono gli stessi militanti a sostenere economicamente, tassandosi per pagare il riscaldamento o la luce.

Feriscono quelle immagini che vengono da Roma. Ma da quelle ferite escono solo grida di orgoglio: potete sporcarci i muri, ma non abbatterete mai le sezioni!